Rocky Balboa: Storia di un ritorno

 

Ci eravamo lasciati nel lontano 2006, con un Rocky Balboa ormai ultra cinquantenne che decideva di sfidare il giovanissimo e super palestrato campione del mondo dei massimi, arrivando addirittura a perdere solo ai punti e resistendo per tutta la durata del match all’avversario che poteva tranquillamente essere suo nipote vista l’età.

Un film non brutto, anzi, ma che lasciava alquanto perplessi per credibilità e serietà. Sembrava davvero la parola “fine” per una delle saghe di maggior impatto culturale che il cinema abbia mai partorito e soprattutto pareva il capolinea anche per il suo interprete, quel Sylvester Stallone ormai rassegnato a una parabola attoriale in netta discesa, ben lontano dai fasti raggiunti negli anni ’70 e ’80.

E invece ci sbagliavamo.

Stallone qualche anno dopo si rialzò con la saga dei Mercenari, condensato di testosterone e muscoli, oltre che di esplosioni e combattimenti, che gli valse davvero una seconda primavera e lo riaffermò, nonostante la sua non più tenera età, ad action star di primo livello.

E poi venne Creed.

Quando venne annunciato, la maggior parte della gente si chiese: “Un altro Rocky?”

E me lo chiesi anche io. Perché insistere? Perché continuare a martoriare un personaggio che ormai non aveva più niente da dire al grande pubblico? Non sarebbe stato meglio lasciarlo in pace, fagli godere una meritata pensione dopo tutti quegli anni passati a prendere e a dare pugni?

Dopo aver visto questo film, posso ammetterlo: mi sbagliavo. Per la seconda volta.

Stallone, o sarebbe meglio dire Rocky (l’attore italoamericano lo ha definito come “il mio miglior amico immaginario”), regala una interpretazione meravigliosa, poetica e di una forza comunicativa disarmante.

Rocky in questo film non combatte, è ormai un uomo vecchio e solo che manda avanti il suo ristorante vivendo nei ricordi di quello che fu (bellissima la scena in cui va trovare Adriana, sua moglie, al cimitero) e aspettando serenamente la sua fine. Sarà un ragazzo, Adonis, figlio illegittimo del suo più celebre avversario (Apollo Creed n.d.r.), a risvegliarlo dal torpore in cui si era chiuso.

Ed è allora che Rocky combatte. Ma non sul ring, non sulla strada, no… Inizia una sfida contro se stesso, contro il vecchio Rocky che fu, contro il suo mito, contro la sua leggenda. Questo è un Rocky più umano, più fragile, più disorientato che mai, ed è per questo che emoziona. Emoziona e commuove.

In poche parole, in questo Rocky altro non c’è che il vero Stallone, in una fusione perfetta, tanto che a volte ti chiedi: ma è la storia del personaggio o dell’attore che o interpreta? C’è molto più Stallone qui che in tutti i suoi film precedenti.

Stallone dà vita a un’interpretazione di una umanità disarmante in quello che molti considerano uno dei migliori film di questa annata appena conclusasi. E convince, convince tantissimo.

Sembra surreale, ma nell’unico film in cui Rocky non combatte, Stallone dà vita alla sua migliore interpretazione, rendendolo più vivo che mai.

E vince.

Bentornato Rocky, il mondo ha bisogno di eroi come te.

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