On Wednesday We Review… “Beauty Behind The Madness” by The Weeknd

OWWR

Dopo un’estate passata a (non) abbronzarsi e a goderci questo tempo alla Harry Potter e L’Ordine della Fenice, torniamo a sederci nelle nostre decappottabili rosa Barbie e a far suonare i migliori album freschi freschi di pubblicazione con la frizzantissima rubrica di … on Wednesday we Review!

Lo facciamo con un artista che negli ultimi anni ha fatto molto parlare di se, ascendendo dalla poco identificabile folla di auto-eletti pionieri della musica del 21esimo per diventare l’enfant-prodige del pop che è ora… The Weeknd. Abel Tesfaye all’anagrafe, questo venticinquenne canadese ha deciso di “graziarci” (e più avanti capirete perché questa è l’unica parola degna per descrivere l’azione) con il suo ultimissimo lavoro in studio, dal titolo “Beauty Behind The Madness” che è atterrato sul mercato internazionale il 28 Agosto.

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La pubblicazione di questo album (il terzo dopo “Kissland” del 2013 e il trittico di album di “Trilogy”) capita proprio a metà di questa fine estate/inizio autunno che, mese dopo mese, si rivela sempre di più il teatro per l’uscita di grandi album della musica pop: ricordiamo “How Big, How Blue, How Beautiful” dei Florence + The Machine pubblicato il primo di Giugno ma anche “BADLANDS” della neofita Halsey, “gemello” di pubblicazione dell’album di The Weeknd e infine il super-atteso “Honeymoon” di Lana Del Rey che sarà disponibile per noi da ascoltare e venerare il 18 settembre.

Ma cosa fa spiccare The Weeknd con così tanta disinteressata incisività tra questo stuolo di musica di qualità tanto da tenerci tutti con il respiro in gola in palpitante attesa? Easy. Nei mesi precedenti alla pubblicazione di “Beauty Behind The Madness” The Weeknd ci ha trattati più che bene viziandoci con “piccole opere pop” a cui difficilmente ci siamo potuti sottrarre. I singoli che hanno preceduto l’uscita dell’album sono stati diversi e la popolarità che hanno ottenuto non è stato frutto di una copertura mediatica da film dell’orrore (ancora oggi ho dei brividi se mi capita di sentire anche solo in lontananza “Happy” di Pharrel) ma della semplice e pura qualità dei singoli stessi, vere e proprie perle con cui il nostro Abel ci ha stregati senza che ce ne accorgessimo. Esatto, perché è iniziato tutto piuttosto in sordina. Il primo momento in cui il grande pubblico (quello forse meno influenzato dalla cultura PBR&B da Tumblr che The Weeknd ha conquistato già da anni) ha potuto godere del sensuale falsetto del talentuoso canadese è stato nelle colonne sonore di film da Blockbuster: sua è “The Devil May Cry” contenuta nella soundtrack di “Hunger Games – La Ragazza di Fuoco” dove compare anche come featuring in un altro brano, ovvero “Elastic Heart” di Sia, brano portato tuttavia al successo in una versione non in duetto; un po’ più di riconoscimenti arrivano con “Earned It” inclusa nella colonna sonora del super-atteso “50 Sfumature di Grigio”, film per il quale lo stile e i testi di The Weeknd sembrano fatti a pennello, venendo però lievemente oscurato da successi più fulgidi come quello di “Love Me Like You Do” dell’inglese Ellie Goulding o dalla versione dark-sexy di “Crazy in Love” di Beyoncé (embè).

Nonostante non siano successi da far girare la testa, questi brani hanno fatto chiedere chi fosse questo affascinante giovane uomo dalla bizzarra capigliatura e un’altra occasione di brillare è arrivata quando gli è stato chiesto di affiancare la nuova dream-girl del pop Ariana Grande nel suo singolo intitolato “Love Me Harder”. Grazie all’attenzione mediatica della cantante dagli occhi da cerbiatto, The Weeknd ha ufficialmente e tacitamente affermato l’inizio del suo regno nel mondo del pop.

Proprio questa scelta si rivela così decisiva nell’alimentare le aspettative per questo suo nuovo lavoro, perché in modo astuto ed elegante The Weeknd si scrolla di dosso la veste di artista di nicchia per iniziare la sua conquista come un moderno e impeccabile principe del pop. La naturalezza con cui compie questo passaggio e il mantenimento dell’immagine che gli ha permesso di costruirsi un solido fan-base gli ha permesso di “tenere il meglio dei due mondi”, ovvero musica da classifica di gran qualità fatta per far ballare le masse e un rapporto ancora forte e sicuro con il mondo dell’hip-hop e dell’R&B che gli permette di annoverare tra i suoi collaboratori niente popò di meno che gente del calibro di Kanye West, in veste di produttore nell’album appena uscito, per non contare dell’aura esotica che questo suo background musicale gli infonde e che sembra far breccia senza difficoltà nel cuore delle nuove generazioni.

“Beauty Behind The Madness” é in se la riprova di questo rito di passaggio che The Weeknd ha superato a pieni voti. La sua impronta stilistica c’è e non è stata snaturata da finalità di mercato, permettendo ai suoi vecchi fan (moi) di non solo tirare un respiro di sollievo ma di godersi anche una bella ventata fresca al momento giusto. Allo stesso momento l’album si discosta da quei suoni e quelle modalità di produzione che avrebbero infastidito un qualsiasi abituè della musica pop (se volete capire cosa intendo andate ad ascoltarvi “Initiation”, tratto dall’album “Echoes of Silence”). Alimentando la passione del pubblico per tracce pop di influenza hip-hop e RnB, The Weeknd conferisce questa tinta come base al suo lavoro, stiracchiandosi poi in direzioni svariate, arricchendo i brani e donando tridimensionalità all’album. Aspettando a concentrarsi sui duetti contenuti nell’album (e che duetti, signori miei) vorrei parlare dei brani che, come dicevamo prima, hanno accresciuto in noi amanti della buona musica la curiosità per questo album. Singoli come “Often” e “The Hills” sono ottimi esempi di come Abel Tesfaye abbia voluto far vedere a tutti di cosa è capace mantenendo il suo stile, con le sue sonorità crepuscolari e il suo sexy-falsetto che fa mordere le labbra alle ragazze e ondeggiare la testa ai ragazzi. Ad una modernità che non scade nella superficialità fa da sfondo un’influenza anni ’90 notevole che ci riporta alla mente artisti come D’Angelo e R. Kelly, canoni R&B che The Weeknd tinge di nero con bassi ipnotizzanti e riverberi intervallati da sintetizzatori sporchi e quasi corroboranti. Un’altra canzone rilasciata in anteprima degna di nota è “In The Night” che sembra una versione elettronica delle canzoni anni ’80 sulle “lost girls” e sulle loro tragiche vite fatte di degrado e strip-tease (eppure non riusciamo a smettere di canticchiarla).

Ma tra tutti spicca un brano in particolare che, rilasciato come secondo singolo ufficiale prima dell’uscita dell’album, ci ha fatto urlare al “capolavoro!” prima di farci gettare indietro la sedia e iniziare a ballare: “I Can’t Feel My Face”.

Nulla più delle parole di Max Martin, produttore del brano come anche di mille altri successi pop (ha prodotto per gente tipo Britney Spears, Taylor Swift, Avril Lavigne, P!nk, Christina Agulera e molti altri… vi dicono niente?), che ha definito il brano come: “Perfezione pop”.

Oltre al ritornello troppo catchy per essere legale (“I can’t feel my face when I’m with you… but I love it”), ciò che salta subito all’orecchio è l’influenza Jacksoniana di cui il brano intero è intriso, così naturale e spontanea da farci pensare che The Weeknd sia proprio l’erede designato del Re Del Pop (ne avevamo avuto già la certezza in un brano contenuto nel già citato “Echoes of Silence”, una cover di “Dirty Diana” dove la sua voce ricorda così tanto quella di Jacko da farci cercare prove che non sia effettivamente lui). Ogni elemento del brano contribuisce a questa perfezione musicale: l’accattivante linea di basso, gli urletti in falsetto in puro stile Michael, la ballabilità del brano (se due anni fa mi avessero detto che mi sarei ritrovato a ballare The Weeknd in discoteca gli avrei riso in faccia). Per non parlare del video musicale: The Weeknd canta la canzone in un club per un pubblico al limite dell’annoiato finché non decide di riscaldare la scena e far ballare tutti… dandosi fuoco. Letteralmente. Iconico. Inutile dire che è stato un successo, coronato con la performance di qualche sera fa agli Mtv Video Music Awards che ha alzare persino Kanye West per ballare.

Nonostante l’innegabile qualità dell’album e con qualche eccezione, come appena detto, The Weeknd fatica a sganciare successi a ripetizione, collezionando invece canzoni degne di nota come “Tell Your Friends” (prodotta da Yeezy). La canzone è forse una delle più “hip-hop driven” dell’album, risultando come un mix omogeneo di Kanye West (appunto, la linea di piano richiama lontanamente a “Bound 2”) e Drake, puntando al pubblico che aveva accolto Abel come un figlio di quella scena a cui sembrava appartenere intrinsecamente nonostante spiccasse per originalità.

Tre canzoni che meritano una nota di merito (anche dieci, ciascuna) sono i duetti che costellano l’opera, con cui The Weeknd consolida il rapporto di amicizia con il mondo del pop, collaborando con alcuni tra i più squisiti artisti della nuova generazione. Il primo duetto che incontriamo, seconda traccia dell’album, è quello con l’inglese Labirint dal titolo “Losers” dove, se possibile, la cosa si fa ancora più pop. Labirinth è una stellina del panorama pop-R&B britannico e la fusione del suo stile con quello di The Weeknd ci regala un brano che va giù come l’acqua: un pianoforte incalzante ci accompagna tra battiti di mani frasi come “Only losers go to school” prima di esplodere in uno scoppiettante ritornello remixato al punto giusto. Il tremolante timbro di Abel poi si sposa alla perfezione con il profondo e graffiante timbro di Labirinth, coronando il tutto.

Il secondo duetto è quello, inaspettato, con Ed Sheeran che presta la sua voce calda, fresca e nuda insieme alla sua inseparabile chitarra per “Dark Times”, brano che apre le porte al finale più autenticamente pop dell’album con una produzione più minimale dominata principalmente da una lontana chitarra dalle sfumature blues e una batteria. Inutile dire che la collaborazione di due esponenti così brillanti della musica pop del 21esimo secolo ci offre uno dei brani più soddisfacenti dell’album, ricordandoci che quando Ed Sheeran ci si mette ha un sex-appeal vocale che non ha nulla da invidiare a quello di The Weeknd. Altro che bravo ragazzo.

L’ultimo duetto è sicuramente il più eclatante e ci ha fatti saltellare in giro per la stanza dal primo giorno in cui abbiamo saputo della sua esistenza: “Prisioner” featuring Lana Del Rey. Solo dopo aver letto di questa collaborazione ho pensato “E’ geniale. Come ho fatto a non pensare prima che fossero fatti l’uno per l’altra?” e il brano ne è la prova. Due popstar che incarnano la vena malinconica e lussuriosa della gioventù di oggi, una proiettata verso il futuro e l’altra verso il passato, un connubio paradisiaco che ci ha lasciati a bocca spalancata. Nonostante alcuni abbiano criticato la mancanza di “mordente” del brano, soprattutto nel ritornello, il contributo di Lana Del Rey riesce egregiamente a distinguere il brano dagli altri presenti nell’album. E’ strano sentire Lana cantare le sue malinconiche strofe d’ispirazione vintage (“I think I’ve been in Hollywood for too long”) su una base che, per quanto mantenga un’elegante minimalismo, su muove sicuramente su toni più sintetici di quelli a cui siamo abituati con lei, ma è un vestito che le calza a pennello e noi gioiamo per questa inaspettata sorpresa che da subito si è mostrata come la grande riuscita che è, senza paure, dubbi o timori. La collaborazione sembra essere così sentita dall’aver spinto The Weeknd ad affermare, riguardo alla collega: “Lei è la ragazza di cui parlo nelle mie canzoni e io sono il ragazzo di cui lei parla nelle sue” (e subito li stiamo shippando, vero?).

L’album si chiude con la canzone più romantica dell’album: “Angel”. In questo brano The Weeknd augura il meglio nella vita all’angelico amore della sua vita mentre si accinge a lasciarla. Inaspettatamente, quest’ultimo brano (che contiene anch’esso un contributo non accreditato della sconosciuta cantante statunitense Maty Noyes) è quello che più di tutti si allontana dallo stile dell’artista, ricordando invece una di quelle strunngenti ballate anni ’80 di gruppi rock come i Guns ‘n’ Roses o i Bon Jovi, con chitarre ruggenti e una componente sinfonica massiccia. The Weeknd che canta una power-ballad anni ’80? M-a-g-n-i-f-i-c-o.

Complessivamente, “Beauty Behind The Madness” è un album pop di incredibile qualità che porta The Weeknd a pieno diritto tra gli artisti più in vista della scena musicale (anche se sfortunatamente non gode dei livelli notorietà di colleghi come Justin Bieber o Drake, ma credo sia perché il suo nome sembra quello di una band) e gli fa superare a pieni voti la prova del “secondo album” (poiché, ufficialmente, lo è) con cui un artista cementa il suo successo per un avvenire pieno di successi o fallisce miseramente scivolando presto nel dimenticatoio, perché ha dato prova che oltre all’effetto novità non ha più nulla da offrire.

Ma The Weeknd ha molto da offrire e noi ne siamo certi: “Beauty Behind The Madness” è solo l’inizio.

Voto: 9,5/10

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