Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer

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Ho finito di leggere l’altro ieri pomeriggio “Ogni cosa è illuminata”, libro che mi aveva sempre affascinato a causa del delizioso film, ad esso ispirato, di Liev Schreiber.

Ho volutamente scritto ispirato perché tra opera letteraria e opera cinematografica di ci sono delle grosse differenze benché il messaggio sia pressoché lo stesso.

Il romanzo di Foer è più ingarbugliato e per certi versi abbastanza surreale, il film di Schreiber è più essenziale e diretto.

Non posso negare di aver preferito il secondo e non perché l’ho visto per primo, anzi mi è capitato spesso di leggere dei libri dopo aver visto il film e di amarli di più.

Si avvisa il lettore che da qui in avanti saranno presenti pesanti spoiler.

Il problema di fondo del libro di Foer, per me, è che ha voluto fare due libri in uno.

Il primo, quello da cui è effettivamente tratto il film, è intrigante, toccante ed emozionante.

Ci si sente parte del viaggio dello stesso autore/protagonista, un viaggio alla riscoperta delle sue radici ucraine, alla ricerca della misteriosa Augustine e del villaggio dove viveva suo nonno, Trachimbrod.

Ad accompagnarlo in questa avventura sono Alexander “Sasha” Perchov, il nonno di questi, che porta lo stesso nome e la sua cagnolina, Sammy Davies Junior Junior.

Sasha è il suo interprete, il nonno è l’autista di Jonathan, soprannominato da Alexander l’eroe.

Non si può non amare Sasha e il suo improbabile inglese, di cui il libro è costellato, anche grazie ad un lavoro fantastico del traduttore, che ha saputo rendere alla grande questo modo di parlare.

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L’incontro con Jonathan lo porta a scoprire, una delle sue passioni, la scrittura e lo spinge a maturare, rivelando il suo lato più intimo e più vero, che emerge tantissimo nel suo amore per il fratellino minore Igor e per il nonno.

Quest’ultimo è un’altra figura meravigliosa, un uomo che si porta sulle spalle il ricordo delle guerra e delle persecuzioni subite, nonché il rimorso terribile di aver consegnato il suo migliore amico ai nazisti.

All’inizio sembra provare antipatia per Jonathan, in quanto ebreo, oltre che vegetariano, man mano scopriamo che la ricerca del giovane lo spaventa e lo affascina perché lo riporta indietro.

Foer ne esce a sua volta molto bene, cosa non facile, considerato che è appunto l’autore del libro.

Un ragazzo alla ricerca delle sue radici, prigioniero delle tradizioni e nel contempo legato alla sua famiglia in una maniera particolare, Jonathan e i suoi sembrano quasi aver paura dell’amore, pur provandolo.

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E qui veniamo all’altra parte del libro, quella riuscita a metà.

Ora considerando che l’incontro di Foer con Alexander e tutto il resto sono una storia vera, a volte drammatica, a volte colma di speranza per il domani, quest’altra parte un po’ fantasiosa (un po’ troppo fantasiosa), ambientata intorno al 1700, sugli antenati di Jonathan, stride parecchio.

In particolare per tre punti essenziali, uno peggiore dell’altro.

Il primo: l’antenata di Foer, Brod, ci viene raccontata come una bambina nata in maniera un po’ rocambolesca, ovvero mentre i suoi cadono nel fiume, lei esce dall’utero della madre, che morirà insieme al padre.

Il problema non è tanto la nascita in se, né il carattere di Brod, che è ben lontana dall’essere una Mary Sue, né tantomeno il fatto che sia cresciuta con il reietto del paese, Yankel.

No il problema è che una volta cresciuta tutti, uomini, donne, bambini ed animali, si innamorano di lei.

E già lì uno inizia a ridere perché davvero non è molto credibile. Si trasforma in Brod in una Mary Sue anche se non lo è.

Foer non pago di questo errore madornale (e che non mi si venga a dire che è la storia della sua famiglia perché gli vado a ridere in faccia) me ne fa altri due.

Brod subisce uno stupro perché tutti sono innamorati di lei. E’ questo che è emerge dal libro.

Possiamo girarla come si vuole, ma è un messaggio che fa abbastanza schifo.

Il terzo errore, forse il peggiore di tutti e tre, è che il marito di Brod, chiamato l’uomo di Kolchi, ad un certo punto diventa violento perché gli rimane impiantata una sega circolare in testa e non muore. In tutto ciò Brod decide di rimanere con lui perché capisce che è la sega a renderlo così e accettava le botte come se fossero gioielli. Scherziamo? Un autore che fa della non violenza il suo motto, tanto da essere un vegetariano convinto, mi tira fuori una cosa così?

Una cosa che non lega minimamente con il resto del libro.

La figura di Brod diventa quella di una passiva idiota e perde totalmente il confronto con il reale Sasha, il quale, non potendone più dei modi violenti del padre, lo caccia di casa, dandogli i soldi e altro, il tutto per liberare la sua famiglia. Questo è amore. Altro che quello di Brod.

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Ed è anche amore quello del nonno, capace di riconoscere la forza e la fermezza del nipote, capace di capire che è giunto il suo momento di morire, lasciando il mondo felice, con un sorriso sulle labbra, come avevo visto fare solo in in film di Altman.

La mia conclusione è che la parte del libro su Alexander, suo nonno e la ricerca di Jonathan è meravigliosa e meriterebbe un un dieci pieno.

Ma l’altra parte si merita 5.

Quindi, mi spiace, il mio voto non può andare oltre il 7,5.

Grazie al regista Liev Schreiber che ha tagliato le parti davvero inutili e dannose.

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