On Wednesday We Review… “How Big, How Blue, How Beautiful” by Florence + The Machine

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Florence + The Machine – “How Big, How Blue, How Beautiful”

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L’estate 2015 si prospetta, musicalmente parlando, una stagione d’oro per la musica internazionale, tanto per il sottoscritto quanto per tutti gli altri, perché ce ne sarà proprio per tutti i gusti. Oltre ai numerosi festival sparsi in giro per il mondo, pronti a dispensare performance di artisti tra più iconici (e scatenare la cieca invidia in quelli che non potranno assistervi), nel periodo che va da giugno a settembre potremmo assistere alla pubblicazione di nuovo materiale da parte dei più interessanti artisti della scena musicale pop.

Il rapper A$AP Rocky ha pubblicato ieri il suo secondo controverso LP, dal titolo “At Long Last A$AP”, mentre nel mese di luglio il “golden boy” dell’RnB sentimentale in stile 21esimo secolo, all’anagrafe (davvero) Frank Ocean, ci delizierà con il suo secondo album, dal titolo “Boys Don’t Cry”. Ad agosto sarà invece il turno di The Weeknd che, forte degli ultimi successi tra collab deliziose e soundtrack che scottano, ci donerà il seguito dei suoi “Kissland” e “Trilogy” che, nonostante non abbia ancora un nome, ha già partorito un paio di canzoni, tra cui “The Hills”. Infine, a settembre potremmo goderci il terzo album in studio della malinconica reginetta del pop Lana Del Rey che, dopo aver terminato il suo “The Endless Summer Tour”, pubblicherà il tanto atteso “Honeymoon” e ci farà morire in pace.

Ma ad aprire in grande stile questa stagione arriva una band (eh già, sono una band!) che, ormai al terzo album, ci ha abituati a musica di alta qualità e performance di una potenza inspiegabile; aumentando non solo le nostre aspettative ma anche la nostra sete di nuovo materiale, che negli ultimi mesi ci ha portati a idolatrare strani dei nella speranza che il primo giugno arrivasse il più in fretta possibile.

Alla fine, il primo giugno è arrivato e con lui “How Big, How Blue, How Beautiful” dei Florence + The Machine.

Portato a tenere alta la nomea della band dopo il capolavoro del 2011 “Ceremonials”, l’album ha goduto sin dai primi momenti di lavorazione di un’attenzione particolare per merito delle parole della rossa front-woman, la magnetica Florence Welch, e dai movimenti della band in quella che abbiamo subito capito essere una nuova direzione della band. “Ceremonials” fu, come la stessa Florence disse, un album “pesante” dal punto di vista vocale, con canzoni come “Spectrum” o “No Light, No Light” che hanno richiesto il massimo dalla vocalist che, alla fine del tour mondiale a supporto dell’album, ha dichiarato che non le sarebbe stato possibile fare un altro album del genere e portarlo in tour, perché per quanto non ci possa sembrare, anche lei è umana. Avevamo già idea, quindi, che il fratellino più piccolo di “Ceremonials” avrebbe avuto una sonorità meno grandiosa e opulenta, abbiamo pianto a profusione ma alla fine abbiamo capito che non ci saremmo dovuti preoccupare di nulla. Questo sentimento si è rivelato, in seguito, difficile da portare avanti, soprattutto alla vista delle foto della band a lavoro in Giamaica senza tuttavia nemmeno un briciolo di spoiler su cosa ci saremmo potuti aspettare dalla terza fatica della band.

Mesi di silenzio. Una lenta tortura passata ad ascoltare in loop i precedenti due album giusto per avere qualcosa di loro nelle orecchie.

Tutto cambia all’inizio del 2015 quando l’account Facebook della band cambia immagine profilo: due triangoli dalle sommità rivolte una verso l’alto e l’una verso il basso, di cui uno porta una linea orizzontale a dividerlo al centro.

Salta fuori che quei due simboli rappresentano, nell’alchimia, il simbolo dell’aria (il triangolo rivolto verso l’alto con una linea orizzontale) e l’acqua (un semplice triangolo rivolto verso il basso). Non ci è dato nemmeno il tempo di capire bene cosa questo voglia dire che la band, da mesi quieta, recupera l’attività pubblicando tutto nel giro di una settimana. Un “trailer” dell’album dove la nostra Florence danza con una sua sosia in un giardino acquatico, dove possiamo sentire parte della traccia che darà titolo all’album, alcune foto rubate dal set di quello che si presumeva fosse il video del primo singolo in Messico e alla fine anche un titolo, quello del primo singolo tratto dall’album: “What Kind Of Man”.

Rivelando il titolo strategicamente in periodo Grammy, l’idea di un primo singolo così vicino ci ha fatto spremere le meningi sul perché questo non potesse essere presentato proprio alla cerimonia più importante del mondo musicale. Il tutto peggiorato da tweet che erano tutto tranne esplicativi da parte di chi aveva già ricevuto la grazia di poter ascoltare la canzone. Maledetti.

Infine, “What Kind of Man” esce e viene fatto ascoltare per la prima volta da Zane Lowe, storico d-j radiofonico britannico, e ci coglie tutti di sorpresa. E’ una canzone dura, tangibile e forte, con massicce parti di batteria e una chitarra dai caratteri frantici che ci riporta alla memoria i primi lavori della band, quelli di “Lungs”. Nessuna metafora sull’acqua o sulla morte, nessun senso di mistico e trascendentale. “What Kind of Man” è una canzone sulla frustrazione nell’amare qualcuno di incostante e indeciso, qualcuno che un giorno ama e quello dopo no. Ovviamente la sua pubblicazione “sblocca” la lingua di Florence Welch che inizia pian piano a rivelarci qualcosa di più su questo nuovo album: tra i produttori spicca Markus Dravs (già collaboratore di Bjork e Arcade Fire), scelto per la sua capacità di conferite una certa grandeur ai brani; le metafore sull’acqua (tanto amate da Florence) sono stato portate al minimo e, più in generale, l’album si sposta su una sfera molto più concreta e realistica rispetto ai precedenti. Musicalmente, di grande influenza sono stati gli idoli del passato, come Kate Bush, Patti Smith, Jhonny Cash e più in generale tutte le star del rock-and roll anni ‘60/’70. Il tema generale, invece, è qualcosa con cui Florence ha una vasta esperienza, ovvero una rottura amorosa. Tuttavia, dice lei, nonostante l’album sia nato su quell’idea, nel crescere e nel completarsi è riuscito a diventare un album grazie al quale la cantante è riuscita a conoscere se stessa e a curare ferite ancora più profonde di quelle che l’uomo sbagliato abbia potuto causare.

Il video del primo singolo si mostra come il primo capitolo di quella che sembra una storia più ampia che, con i consecutivi video, va a dipingere il quadro onirico della rinascita di Florence dopo al rottura e non più la sua fuga dalla vita, bensì il venire a termini con essa.

Seguono molti altri brani in anteprima, tra cui la bella “St. Jude”, una ballata a ritmo delle onde del mare dove Florence ammira il disastro lasciato dalla burrascosa relazione appena terminata, paragonandolo alla storica tempesta che si è abbattuta sulla Gran Bretagna che, ironicamente, porta il nome del santo delle cause perse.

Altri brani rivelati prima dell’uscita dell’album sono: “As Far As I Could Get”, traccia esclusiva presente solo nella versione in vinile dell’album; “Ship To Wreck”, una canzone quasi allegra sulle tendenze auto-distruttive della cantante, che raggiunge un notevole successo e “Delilah”.

“Delilah” viene descritta da Florence Welch e Isabella Summer (Isa “The Machine”, manager/pianista/produttrice/migliore amica) con la loro canzone preferita dell’album e, ascoltandola, non si può che dar loro ragione. Utilizzando la metafora di Sansone e Dalila, Florence si esprime sulla sensazione di prigionia che il suo amato le fa provare, tenendola incollata al suo cellulare in attesa di una sua chiamata che sembra non arrivare mai, facendola scivolare di nuovo nell’aspirale dell’alcolismo (“Another drink just to pass the time”) e portandola a desiderare di rispondere al suo torto (“Now I’m dancing with Delilah and her vision is mine”).

Infine, dopo mesi di nient’altro che voci su ciò che l’album nella sua interezza sia realmente, anche a noi comuni mortali è dato di ascoltarlo con ben due versioni, standard e deluxe, di cui nell’ultima possiamo trovare ben diciassette tracce e un ricchissimo booklet pieno di foto.

Ascoltato dall’inizio alla fine, riconosciamo nell’album quel senso di concretezza e realtà e lo facciamo non solo grazie ai testi, ma anche grazie alla voce di Florence, meno epica e piena di echi, più vulnerabile e alimentata da una specie di fiamma scaturita dal profondo della sua anima, e grazie alla musica che con parti di chitarra più imponenti e un’arrogante batteria portano i Florence + The Machine ad un livello più terreno.

Come spesso accade, è facile capire perché certe canzoni siano state scelte come singoli a discapito di altre: semplicemente hanno un qualcosa che le rendono più “apprezzabili” da quello che qualcuno come noi concepirebbe come “il grande pubblico”, anche senza puntare su una vendibilità ai limiti della prostituzione musicale, ricordiamoci che stiamo parlando di una band relativamente mainstream, puntando invece sul potenziale radiofonico di un pezzo, quanto questo possa essere “cantabile”.

Tuttavia, molte altre canzoni dell’album hanno tutte le carte in tavola per essere apprezzate e riconosciute come gran belle canzoni. Ne è un esempio la title track dell’album, che vedrei bene cantata da un paio di amici in macchina, intenti ad imitare la voce profonda e potente di Florence al suono di “How big, how bluuuuue, how beau-ti-fuuuuul!”.

Altre canzoni poi fanno più leva su quelle situazioni nella vita di ciascuno dove, nonostante il parere degli amici, si ostinano ad ascoltare canzoni che finiranno per renderli più tristi di quanto non lo siano già: “Various Storms and Saints” e “Long & Lost” toccano quelle corde che fondono malinconia, rabbia e tristezza con una decisione e una delicatezza tipici della voce di Florence Welch, una specie di eroina romantica della dualità del sentimento amoroso.

Prima dell’uscita dell’album, si è tenuto a Londra un listening-party dell’album dove gli invitati, amici e colleghi, soprattutto gente dello spettacolo, hanno avuto la possibilità di ascoltare l’album in anteprima con una breve introduzione da parte della front-woman della band, ottenendo anche di discutere con lei su cosa avesse ispirato le canzoni e l’approccio da lei adottato nella scrittura di ognuna di esse. Un parere unanime è stato quello che vedeva “Queen of Peace” come una traccia particolarmente ammiccante ad una fetta di mercato musicale più vasto e, ascoltandola, se ne intuisce il motivo. Pur essendo una traccia che porta senza dubbio la firma della band, è anche quella che più marcatamente mostra l’influenza che i classici rock ‘n’ roll che, anche nell’odierna era del sintetizzatore, fanno colpo sulla gente. A questa naturale inclinazione mainstream, poi, si unisce una vocalità di Florence Welch che scorre più languida e omogenea, spingendoci a canticchiarla con più trasporto di altri brani in cui i picchi sonori che eravamo abituati a sentire scoraggiavano. Qualcuno potrebbe trovarla una canzone meno incisiva e caratteristica, per gli standard della band, ma questo non significa che non possa fare successo e che, soprattutto, sia meno di qualità.

Conoscendola come la “Regina dei Festival”, siamo sicuri che Florence ci darà molte soddisfazioni nella stagione che ci attende, regalandoci grandi soddisfazioni e grandi performance per un grande album che nonostante la trascini via dalla sua immagine di “santona del pop” non manca di trasmetterci quello che i Florence + The Machine sono sempre stati in grado di donarci: il giusto quantitativo di poesia necessario per fare della loro musica un’esperienza fuori dal comune, capace di rivestire il ruolo che molto spesso abbiamo bisogno che la musica ricopra, quello di trasportarci lontani dalla realtà, per dimenticarla o anche solo per averne una concezione più ampia.

Voto: 9,5/10

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One thought on “On Wednesday We Review… “How Big, How Blue, How Beautiful” by Florence + The Machine

  1. […] assomiglia in modo sorprendente a Jasmine Thompson, che ha portato You’ve Got The Love dei Florence + The Machine. Dopo una montatissima questione sul “mi sembri troppo giovane/acerba” è stata fatta […]

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