On Wednesday We Review… “FROOT” by Marina & The Diamonds

OWWR

MARINA & THE DIAMONDS – “FROOT”

marina-froot

Che i social-network siano un canale indispensabile per ottenere successo come musicista non è una novità. Quante volte uno sconosciuto ragazzino ha raggiunto la fama postando cover di pezzi famosi su YouTube? Quante volte una talentuosa ragazza è riuscita a far conoscere la sua musica postando i suoi pezzi su MySpace? Molte.

Eppure, con la crescita del ruolo dei social nella società odierna, un musicista emergente può riuscire persino a far diventare uno di questi siti il suo regno indiscusso. Ne è un esempio la malinconica diva del pop Lana Del Rey che con i suoi testi che mischiano un gergo gangster ad un’anima romantica e tormentata è diventata la regina di Tumblr, dove una generazione di adolescenti scontenti hanno trovato in frasi come “I’m tired of feel like I’m fucking crazy” o “The road is long, we carry on trying to have fun in the meantime” delle nuove filosofie di vita.

Ma mentre negli U.S. miss Del Rey viene incoronata come reginetta imbronciata, nel Regno Unito una nuova giovane e frizzante musicista inizia a prendere il controllo dell’attenzione mediatica, trovando anche lei un terreno fertile su Tumblr.

Il suo nome è Marina Lambrini Diamandis, in arte Marina & The Diamonds (Marina è lei, The Diamonds sono i suoi fan), che nel 2010 pubblica il suo primo album, dal titolo “The Family Jewels”.

Tra i singoli estratti spiccano “Hollywood”, che raggiunge la numero 12 della classifica singoli del Regno unito, e “Oh No!” satirica canzone a tinte pop che racconta di una ragazza in preda al turbinio del successo, tanto concentrata ad ottenere la fama dal rinunciare ad amore e amici per diventare un vero e proprio robot, lottando tra insicurezze e difetti.

“Oh No!” sembrerebbe quasi un manifesto di quella che sarà la lirica di Marina in tutta la sua carriera: una critica all’indole umana accecata dal successo e dalla ricchezza, dedita alla violenta, all’inganno e alla meschinità; il tutto filtrato attraverso di lei, una semplice ragazza che per quanto sia ambiziosa deve fare i conti con i propri demoni e le proprie insicurezze, i propri fallimenti e il suo cuore infranto. Tutto filtrato da ironia e metafore del 21esimo secolo.

Il secondo album di Marina arriva nel 2012 e rappresenta un significativo cambiamento stilistico rispetto al suo album di debutto, caratterizzato da una sonorità più alternative-pop, presentando grandi influenze electro-pop (con produttori come Diplo e Dr. Luke) e focalizzandosi sulla figura della moglie trofeo, bionda e perfetta, schiava delle convinzioni sociali sul ruolo della donna e sulla famiglia. Marina arriva persino a creare un personaggio di cui riveste il ruolo, Electra Heart appunto, raccontando la sua tragica storia.

La critica non ha preso molto bene questa svolta di Marina, incolpandola di aver perso la sua vena alternativa per diventare un’altra bionda bambolina electro-pop da classifica. I fan, per fortuna, non la prendono così duramente e riescono a far ottenere a Marina il suo primo disco #1 nella classifica inglese. I singoli estratti dall’album sono cinque, facenti tutti parte di una specie di racconto diviso in capitoli. Ad aprire le danze è “Primadonna Girl”, la dichiarazione di una ragazza che non vuole molto, se non il mondo, dove Marina veste lo stereotipo della tipica donna americana, ossessionata dalla bellezza e dalla perfezione tanto da diventare una persona disdicevole. Seguono “Power & Control”, quasi una canzone noir su chi detenga il potere in una relazione; “Radioactive” sulla tossicità di un amore finto; “Lies”, prodotta da Diplo, che parla di tenere in vita una relazione senza futuro anche a costo di mentire, ed infine il fiore all’occhiello dell’album: “How To Be a Heartbreaker”. Semplicemnete una lista di regole su come diventare uno spezza cuori, abbastanza distaccato in amore da non rischiare di rimanere ferito.

“Electra Heart” diventa un vero e proprio culto su Tumblr che viene invasa da immagini a tinte pastello, foto vintage di donnine pin-up, immagini dai filtri distorcenti, il tutto condito con le frasi dell’album che, anche da sole, mantengono il loro impatto potente. Tra le più famose: “You don’t love me. Big fucking deal”; “Yeah, you may be good looking, but you’re not a piece of art” e “Instead of being sixteen I’m burning up a Bible, feeling super super suicidal” (quest’ultima tratta dalla canzone sui giovane depressi per antonomasia “Teen Idle”).

Più generalmente, questo album porta Marina ad un gradino successivo della sua carriera, riuscendo a farsi conoscere anche fuori dal Regno Unito, finendo persino con l’aprire i concerti del “California Dream Tour” di Katy Perry.

Il tour per la promozione dell’album si intitola invece “The Lonely Hearts Club Tour” e ottiene un discreto successo.

Di ritorno in studio di registrazione, Marina decide di fare le cose diversamente.

In futuro farà sapere ai numerosi intervistatori che il suo scopo per il terzo album era quello di liberarsi di qualsiasi personaggio, di qualsiasi orpello e di abbandonare qualsiasi messaggio sovversivo sull’amore o sulle pecche della società moderna. Per farlo si avvale di un solo collaboratore quale David Kosten, per rendere l’album non solo più combatto musicalmente ma anche più personale, producendo con lui ogni pezzo e mettendo molta più se stessa in ognuno. Il risultato è “FROOT”, pubblicato il 23 Marzo 2015 e preceduto dal singolo omonimo, pubblicato l’11 novembre dell’anno precedente.

Con il brano “FROOT” Marina ci dimostra di essere tornata agli albori stilisticamente, con una traccia alternative-pop tutta da ballare, con influenze funk che ci farebbero quasi pensare ad un pezzo di Mark Ronson. La canzone, quasi anticipando il tema principale dell’album, parla della crescita di una ragazza e della sua sfera sentimentale, una specie di fioritura sul piano erotico, usando la metafora del “frutto” per esprimere la sua maturazione. Il brano ottiene un meritato successo, arrivando persino alla prima posizione della “Billboard Tweet Top Tracks”, la classifica dei singoli di maggior successo sui social-media.

Marina ci dice inoltre che ha intenzione di pubblicare un singolo al mese (chiamandolo “Froot of the Month”) fino alla pubblicazione dell’album.

A seguire “Froot” arriva il secondo singolo dal titolo “Happy” che però di felice non ha molto. “Happy” è una lenta ballata synth-pop sul trovare la felicità senza amore senza però perdere la fiducia che questo arriverà, affidandosi alla musica per trovare speranza. Già da questo pezzo capiamo che la nuova Marina non ha bisogno di dipingersi un sorriso in volto per parlare dei suoi limiti e dei suoi dolori; è ormai una donna adulta che non teme di essere vista come fragile e imperfetta, poiché forte abbastanza per correggersi. La canzone rappresenta anche un grande successo in classifica per Marina, raggiungendo la prima posizione in ben nove paesi, la numero 6 negli Stati Uniti e la numero 10 nel Regno Unito, diventando uno dei suoi più grandi successi commerciali.

I “Frutti del Mese” che seguo sono: “I’m a Ruin” esprime il rimorso della cantante per il modo in cui si è comportata nella sua precedente relazione, giurando di avere ancora bisogno del suo amore nonostante il suo bisogno di sentirsi libera e indipendente, definendosi “un casino” “Immortal” dove Marina esprime quanto significhi per lei significare qualcosa per qualcuno, per diventare immortale nella loro memoria; segue “Forget” sulla sensazione di perenne fallimento che spinge l’artista a voler solo dimenticare, in modo da poter continuare per la sua strada.

Alla sua pubblicazione, “FROOT” si rivela un successo per la critica che loda l’introspezione dell’album e il tono più maturo delle canzoni, arrivando a definire Marina la “migliore pop-star del Regno Unito”. Anche in termini di vendite, l’album ottiene un successo sorprendente, raggiungendo la posizione numero uno della classifica di ITunes, battendo il longevo “In The Lonely Hour” del connazionale Sam Smith.

Nonostante la gran quantità di canzoni pubblicate prima dell’album possa scoraggiare un ascoltatore nell’ascoltare l’album per intero (“Tanto le ho già sentite tutte, in pratica!” mi ha detto qualcuno), “FROOT” possiede ancora qualche asso nella manica. L’album in generale spazia su temi molto semplici, tra cui spicca su tutti quello dell’amore e della perdita, senza però togliere spazio a temi più assoluti e filosofici come quello che tratta “Savages”, ovvero che le convenzioni sociali sul buon costume e la fraternità celano in ognuno di noi una natura selvaggia, portando Marina ad ammettere “I’m not afraid of god, I’m afraid of men”. Volendo esprimere il suo punto di vista sulla nuova corrente femminista che negli ultimi hanno ha spopolato come tematica nel mondo pop, Marina scrive “Can’t Pin Me Down”: gli uomini potranno anche pensare di essere superiori a lei, infantili nelle loro sicurezze sessiste e nel loro perenne moto di sottovalutazione del genere femminile, ma Marina non permetterà a nessuno di trattenerla a terra solo perché non la capisce. Epica è la frase “Do you really want me to write a femminist anthem? I’m happy cooking dinner in my kitchen for my husband”.

L’album non presenta canzoni che spiccano su altre per la loro struttura più o meno singolare: non troviamo lente ballate struggenti (anche se “Happy” ci si avvicina più di tutte) o tormentoni da discoteca sul quale scatenarsi e ballare. Ogni canzone si svolge su un ritmo sereno e incalzante, dove una canzone scivola dopo l’altra in modo del tutto naturale, facendo ottenere all’album quel senso di compattezza che riesce a far concepire come un sistema pieno di equilibrio.

Un altro brano degno di nota è “Blue”, traccia numero 4 dell’album, dove Marina racconta dei controsensi dell’amore, rappresentati dalla sensazione di bisogno di un contatto anche quando l’altro non riesce a vivere il rapporto con maturità e costanza, spingendo la ragazza ad allontanarsi da lui ma a tornare ogni volta perché non vuole sentirsi triste.

Alcuni potrebbero definire “FROOT” come un break-up album (un album che parla di una rottura) ma a mio parere rappresenta molto di più: l’album è un dipinto del sentimento amoroso a 360°, senza risparmiare a chi ascolta le sfumature più dolci dell’amore come le più amare. Marina raccoglie tutta la sua maturità per parlare d’amore con una sincerità disarmante, evitando di cadere in cliché quali la disperazione per la perdita o l’idillio dell’innamoramento, adottando la semplicità e la concretezza di situazioni in cui siamo passati tutti, cedendo alla malinconia quanto aggrappandosi ad un pensiero positivo.

Attualmente in tour, Marina si sta godendo il successo che un album “confessionale” come questo le ha portato, tirando un sospiro di sollievo per come, a volte, mostrarsi un po’ fragili paga.

Non ci resta che augurarle buona fortuna, già in attesa del prossimo album, e dire:

“Long live the Queen of Tumblr!”

Voto: 8,5/10

Annunci
Contrassegnato da tag , , , , ,

One thought on “On Wednesday We Review… “FROOT” by Marina & The Diamonds

  1. […] Ottenendo visibilità grazie a performance in compagnia di nomi come Paramore, Ellie Goulding e Marina & The Diamonds, Charli pubblica nel 2013 il suo primo album in studio per una major discografica, intitolato […]

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: