On Wednesday We Review… “The Pinkprint” by Nicki Minaj

OWWR

NICKI MINAJ – THE PINKPRINT

The_pinkprint_deluxe_cover

Nicki Minaj non delude mai.

Che la si ami o che la si odi, una formula piuttosto comune nelle dive pop da cima delle classifiche, Onika Maraj riesce sempre a lanciare brani che accontentano tutti i palati: la volete pop e zuccherosa, eccola, la volete scura e cattiva mentre fa spit, c’è; la volete delicata e sensibile su sonorità RnB e caldi sussurri, lei è anche questo.

“The Pinkprint” è un album che costituisce una visione più d’insieme della persona di Nicki Minaj, una vera e propria impronta digitale che ci permette di conoscere la donna dietro il personaggio. Niente più parrucche color confetto, nessun outfit uscito da un inferno kawaii, nessun alter-ego schietto e brutale perché Nicki è molto di più di tutto ciò rimanendo se stessa, nuda e cruda.

Già dalla prima traccia dell’album “All Things Go”, una sorta di manifesto dell’album, capiamo che quello che stiamo per ascoltare è ad anni luce di distanza da quello che “Pink Friday” e le sue (numerose) ri-edizioni erano. Alla base di tutto però c’è una convinzione che se non fosse già solida in voi prima spero lo possa diventare adesso: Nicki Minaj sa fare musica che piace alla gente. Quanti di voi si sono ritrovati a ballare “Starships” in una discoteca urlando a squarciagola quel “were meant to flyyy!” o si sono ritrovati a chiedersi come potesse un essere umano fare una canzone come “Super Bass” con dei polmoni nella norma? Molti, perché Nicki è capace di arrivare alla gente in tal modo.

Nicki Minaj ha aperto un’era tutta nuova per le donne nel rap, fondendolo con il pop perché questo potesse arrivare alle grandi massi e, nel processo, ha perso un po’ di quello che è realmente e ha tralasciato un po’ di quelle cose che sentiva l’urgenza di dire. Molti di voi converranno che brani come “Stupid Hoe”, “Beez in The Trap” e “Pound the Alarm” non rispecchiano proprio l’ambiente rap a cui Nicki dovrebbe essere legata. Ma non disperate.

Con il suo ultimo album Nicki vuole fare tutto come si deve, senza rinunciare però a nulla di quello che si è duramente sudata: vuole essere una rapper e raggiungere i vertici delle classifiche, c’è qualcosa di male? No. Ma sicuramente è difficile.

La prova l’abbiamo avuta con la pubblicazione di quello che doveva essere un singolo di svolta per Nicki, per dire al mondo che stava tornando con un arsenale tutto nuovo; tuttavia “Lookin Ass” è passato piuttosto inosservato a chi non la segue da vicino o a cui non interessa la scena hip-hop/R&B. Troppo dura, troppo seria, non fa ridere, non fa cantare.

La seconda riprova che Nicki aveva intenzione di fare un album più serio e profondo, oltre a spingerlo su uno stile più duro e hip-hop, arriva con quello che è in tutto e per tutto il singolo apripista di “The Pinkprint”: “Pills ‘n’ Potions”.

Dio, questa è tutta un’altra cosa. Non è la Nicki scherzosa e non è nemmeno quella cattiva, è la Nicki fragile ed elegante. “Pills ‘n’ Potions” è una dolce ballata synth su un amore andato male, un’emozione che l’ha assuefatta come una droga fino a che non l’ha più potuta sostenere. Lenta e sensibile, si, ma non meno orecchiabile. Peronalmente mi sento un po’ Emma di Glee quando da solo in macchina mentre fuori piove piango e canto “I still love I still love I still lo-o-ove”. “The PinkPrint” ha molte canzone che esplorano il alto più tenero, sensibile e molto spesso ferito di Nicki Minaj: “I Lied”; “The Crying Game”; “Bed of Lies” (featuring Skylar Grey, portata finalmente sotto gli occhi del mondo) e “Grand Piano”.

Anche questa prova di sensibilità, però, è stata bocciata dalla massa. Le “Barbz” e i “Kens” vogliono qualcosa con cui muovere il culo, anzi, lo esigono.

Nonostante il successo dell’album in generale (venendo certificato disco d’oro negli US), questo lato della Minaj finisce un po’ in secondo piano perché diciamocelo: il pubblico vuole lo scandalo.

E lo scandalo arriva con “Anaconda”. Un mostro. Il brano è semplicemente quello che ti aspetteresti dalla Nicki Minaj che ha scalato l’industria musicale fino al successo del primo album, moltiplicato cento volte: sonorità catchy, voci distorte, ritmi a cui muovere il sedere come forsennati e sesso, sesso, sesso e ancora sesso. Il messaggio del testo? Semplice: lei ha il culone ed è fiera di averlo, come dovrebbero essere tutte, e la prova che ha ragione sta nel fatto che nessun uomo sa restistere.

Il titolo della canzone deriva dal campionamento del brano “Baby got back” del leggendario Sir Mix-a-Lot, quella frase a metà tra l’irresistibile e il maligno che dice “La mia ‘anaconda’ non ne vuole sapere se non hai un bel didietro, tesoro”. Come stregare i mastica-musica del 21esimo secolo.

Adoro “Anaconda” e ho imparato il testo in qualcosa tipo tre giorni, ma una volta ridimensionata la mia follia pop mi sono ritrovato a dire “Ma cos’è successo alla bella musica pop?”. Nicki Minaj sa esattamente come fare musica di qualità e di successo e il resto dell’album lo dimostra in cento e più modi ma guardando questo brano ci viene da pensare che quando chi tiene le redini ti dice che devi portare a casa di dindini, dai al popolo ciò che il popolo vuole. Definita da lei stessa una canzone fatta per “divertirsi”, l’inno al twerk del nuovo millennio non ha mancato di far finire Nicki in un turbinio di critiche che l’hanno etichettata “volgare”, “stupida” e ovviamente intenta a nascondere una mancanza di talento con il sesso. Senza aprire la parentesi femminista, sorvoliamo sulla parentesi sessuale.

Ad alimentare le critiche di volgarità è stato il video ufficiale del brano: un tripudio di glutei e doppi-sensi osé fino ad arrivare all’iconica scena della lap-dance con il collega rapper Drake, terminata male quando lui ha osato allungare le mani (e qui si che urlo “YEAH!FEMMINISM!”).

Saranno anche stati tutti scandalizzati eh, fatto sta che il video ufficiale di “Anaconda” è riuscito a battere “Wrecking Ball” di Miley Cyrus diventando il video più visualizzato di YouTube in una sola settimana con ben 19,6 milioni di visualizzazioni. So che rischio di appiccare un incendio ma è un po’ lo stesso concetto del porno, no?

“Anaconda” non è tuttavia il solo brano dal gusto pop presente nell’album, dove troviamo quella gemma squisita che è “The Night is Still Young”, prodotta da Dr. Luke e scelta come ultimo singolo promozionale dell’album.

Su una linea più scura e dalle influenze rap abbiamo invece brani come “Want Some More”, “Truffle Butter” e “Only” singolo in collaborazione con Drake, Chris Brown e Lil Wayne che ha fatto scalpore per un certo lyrics-video che alcuni hanno detto ispirato al regime nazista di Adolf Hitler.(persino quando non lo fanno apposta gli rompete le scatole, dai!).

Un altro motivo per dare una chance a “The Pinkprint” è la promessa che se c’è una cosa che Nicki Minaj è brava a fare sono le collaborazioni. Oltre a personaggi più vicini a lei e quasi, di famiglia, come Drake, Lil Wayne e Meek Mill, troviamo delle vere e proprie bombe ad orologeria pronte a scoppiarci in faccia con una carica pop da farci rimanere esausti. Una su tutte è la collab per eccellenza: “Feeling Myself” ft. Beyoncé.

Dopo il remix di “Flawless” ci si aspetta, come prassi del mondo della musica pop, che Queen B ricambiasse il favore apparendo nell’album di Nicki e lei lo ha fatto. “Feeling Myself” è l’inno al sentirsi fighi e quindi a sentirsi bene. Certo, detto da Beyoncé e Nicki Minaj sembra facile, soprattutto quando se la cantano e se la suonano (“I changed the game with that digital drop” canta Bey, riferendosi alla pubblicazione a sorpresa di “Beyoncé” che ha rimarcato a fuoco il suo nome nella storia della musica).

La seconda collab che tutti si aspettavano di sentire: “Get on Your Knees” ft. Ariana Grande. Già insieme al fianco di Jessie J nel tormentone estivo “Bang Bang”, Nicki e Ariana fanno squadra come un duo di femme-fatale di altri tempi, unendo due delle voci più irresistibile del panorama pop odierno con poche chance di riuscire a non rimanerne stregati.

Ad oggi, “The Pinkprint” è sicuramente la pubblicazione più sincera, matura e di qualità della carriera di Nicki Minaj che con i suoi scivoloni non fa altro che rafforzare il messaggio dell’album: Niki non è perfetta. Ed è per questo che l’album non è perfetto, ma fornisce la prova che nonostante tutto c’è una cosa che Nicki saprà sempre fare: convincerci ad ascoltarla.

Voto: 8,5/10

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